Brooklyn, 1912. Lei si chiama Francis Nolan. Francis è solo una bambina, maggiore rispetto al fratello Neelay.

Sono figli di immigrati irlandesi, allevati faticosamente dalla madre che ha sulle spalle sia loro sia un marito bello, simpatico ma… alcolizzato.

Due bambini che, come tanti altri figli di immigrati, raccolgono dalle strade dei quartieri a loro destinati, pezzi di stagnola delle confezioni di sigarette o delle gomme da masticare, stracci, carta o pezzi di metallo per poterli poi rivendere in cambio di qualche “cents“.

Questa è la storia narrata in “Un albero cresce a Brooklyn” di Betty Smith, romanzo che descrive la vita di stenti condotta da chi inseguiva il sogno americano; da chi, allora come oggi, vedeva nell’America la possibilità di avere una vita migliore e il primo passo per poter realizzare il loro sogno era superare i controlli a cui erano sottoposti gli immigrati per l’accesso a New York.

Dal 1847 al 1890, fu operativo Castle Clinton a Battery Park, considerato oggi il monumento nazionale che rappresenta quello che in passato era il centro di accoglienza dei primi flussi migratori provenienti dall’Europa, sopratutto dall’Irlanda, colpita all’epoca da una grande carestia. Qui gli immigrati che vi giungevano, subivano trattamenti poco dignitosi da parte di funzionari indifferenti.

La chiusura del centro avvenne per far fronte alle esigenze dei nuovi e  più densi flussi migratori, quindi venne sostituita da una stazione di smistamento più funzionale a Ellis Island.

Degli 8 milioni di immigrati in quegli anni, molti erano nostri connazionali e così come sono parecchie le testimonianze di chi ha vissuto in prima persona le ispezioni ai vari centri di smistamento, diverse sono le curiosità che ruotano attorno a questo fenomeno storico.

Innanzitutto i “nostri” nomi venivano storpiati: Vassanelli in Vazzanelli, Lo Schiavo in Loschiavo, Settefrati in Settefiati e cosi vià. Migliaia di identità smarrite.

Il nome Guido, molto comune nei quartieri ad alta densità di immigrati italiani, è oggi il gergo utilizzato per indicare i ragazzi italoamericani di bassa classe sociale.

A qualcun altro toccò la storpiatura del nome: per esempio il famoso gangster figlio di emigranti italiani, Alphons Gabriel Capone. Il padre si chiamava in realtà Gabriele Caponi, ma il suono “i” in inglese si scrive con lettera “e” e l’anagrafe statunitense lo rese celebre come Capone.

In quel periodo nacque Little Italy, famoso quartiere composto per lo più da immigrati italiani anche se oggi il quartiere in cui siamo numericamente più presenti è Bensonhurst.

L’identità italiana si è quindi fortemente radicata, così come quella dei cinesi e di altre identità europee che poterono superare i controlli di Castle Clinton…

Il sito di Ellis Island (www.ellisisland.org)  permette di ritrovare tutti gli immigrati che misero piede in America tra il 1892 e il 1924; digitando sul portale il proprio cognome, si arriva a un elenco di nomi, date di arrivo in America e paese di provenienza.
Io mi sono ritrovata davanti un emozionante elenco con più di seicento probabili parenti che hanno inseguito seicento sogni.

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